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RIFLESSIONI
di Mario Astarita
La politica come arte Che è quella cosa chiamata, sin dall’antichità, politica? La si può intendere, ancor oggi, come un’arte sublime? La politica, nel senso proprio del termine, inaugura la sua “opera” nel periodo classico, con Aristotele, perdurando nel tempo sino a giungere ai giorni nostri. Con Aristotele, essa mostra, e dimostra, che non è solo teoria, ma anche “arte”, filosofia. Si avvera infatti la dissociazione socratica tra arte e verità. Di fatto tutta la storia della politica si pone come prova fondamentale di confronto, e a volte di scontro, tra idee e ideologie, tra passato e presente, tra uomini e società. Possiamo definire la politica come la configurazione che l’intelligenza dà di se stessa? Probabilmente, è la stessa intelligenza, espressa e manifesta in quella configurazione formale che le è più propria. Un’intelligenza che deve, sempre, essere conosciuta in anticipo. L’arma principale della politica può e deve essere di stretto rigore concettuale. Deve sempre promuovere proposte costruttive, emulando in tal modo le arti che compongono gli “edifici” di spazio e tempo, cercando, come esse, di aspirare, quanto più possibile, alla “bellezza”. Solo con l’ottenere una tale forma “artistica” e il realizzare soluzioni sempre più vicine alla verità, potrà essere considerata come arte, “bella arte”. Oggi, più che mai, il compito primario della politica è di poter configurare, in forma artistica, l’intelligenza. E farlo di modo tale che la forza dei concetti non debbano essere distinti dall’esigenza, formale e sostanziale, della società in cui si vive. La politica può essere considerata come “arte”, come quell’opera d’arte, che permette di unire la passione per la verità con l’aspirazione alla bellezza. È arte verso la conoscenza, pur se, sovente, diventa serva dell’epoca in cui opera. In tal modo finisce per rovinare la sua stessa essenza e vocazione, ergendosi a “super sapere”. Tuttavia, il compromesso tra politica ed epoca è molto più profondo. Esso ha a che vedere con la sua stessa essenza ed esistenza, e non con ipotetici luoghi comuni. L’arte della politica, in qualsiasi manifestazione essa si palesi all’interno della nostra società, può arrivare a produrre una certa saturazione. Che può portare all’instaurazione di condizioni sfavorevoli e verificarsi in un periodo indeterminato, ovvero durante un intero intervallo. La verità è che oggi la politica possiede degli equilibri interni che sfociano nella razionalità. Il mondo della politica sta diventando tanto “ingiusto” come lo è la società che l’alimenta. Nessuno si sottrae a una siffatta regola. Non vi è alcuna “profondità”. In nessuno. Il nuovo secolo, al momento, non presenta grandi sorprese né scoperte “estetiche”, e la stessa originalità comincia a costituire un’esigenza. Si ha il dovere di acquisire una certa modernità, e la perfezione non può rappresentare più un’incognita. Le compagini politiche, non devono essere intese, al giorno d’oggi, solo come un’azione “individuale”, ma si ha il dovere di coinvolgere l’intera società. Senza con questo risultare decadenti, cercando, verosimilmente, la perfezione che – probabilmente – non è mai esistita! Oggi purtroppo si assiste a governi che… mististificano la realtà. Qual è in verità il compito di un governo? Suo primo dovere quello di governare. Se in ambito militare privilegia il valore, in quello governativo si suppone che ciò che deve essere predeterminante è il governare bene, o quanto bene provarci. Ma quali, al giorno d’oggi, sono i requisiti di un buon governo? Il principale dovere di un governo è quello di porre gli interessi dello Stato, del popolo, dei cittadini, al di sopra di quello degli stessi partiti che lo rappresentano. A un governo non si può certo ordinare di mentire, ingannare, nascondere la verità, adulterare leggi, norme e regolamenti e manipolare l’informazione, né tanto meno di oltraggiare la buona fede dei cittadini. Questa riflessione ci porta a rilevare che avere riconosciuto ai parlamentari solo alcuni privilegi “onorevoli”, non può di per sé costituire un valore eccelso. Queste sono virtù “minori”, non certo di grande prestigio. “Virtù per deficit” le potremmo definire, visto che si raccomanda solo quello che si deve fare, non certo come affrontare le grandi questioni che oggi il popolo tutto, quotidianamente, affronta. Forse governare è solo tenere il potere? Ci si sforza nel farci credere che viviamo in uno “Stato di diritto”, ma in effetti stiamo attraversando una sorta di oscurantismo politico. È stata messa da parte ogni forma di “pratica” politica, nella presunzione di un ipotetico “bene comune”. In vero, quello che stiamo osservando è piuttosto una manifestazione di odio, di rancori politici, di rivalse, di dispute atroci da parte di alcuni gruppi, partiti, oligarchie che si alternano solo ed esclusivamente per un unico fine: il conseguimento del potere. Molte volte l’attuale politica, anziché essere sinonimo di ordine e concertazione, lo è di conflitto. Se pur si ammette che possa essere comprensibile l’esistenza d’interessi contrapposti e di settori della società con differenti opinioni o aspirazioni, va altresì evidenziato che il tutto s’incanala all’interno del medesimo sistema politico, seguendo percorsi opportuni e senza “armare” maggioranze, ovvero procedere all’assalto di istituzioni chiave al fine di prenderne il controllo. Oggi siamo in presenza di una classe politica che non accetta il “gioco” della democrazia, finendo per suscitare questioni profonde e inquietanti. L’interrogativo che il cittadino qualunque si pone è: cosa si può fare perché la situazione cambi? Come attuare una possibile forma di poliarchia? Questo purtroppo non sembra interessare i governi. I politici continuano a condurre una vita “esibizionista”. Continuano ad alloggiare in hotel a cinque stelle, a frequentare ristoranti di lusso, a concedersi benemerenze e a indossare abiti all’ultima moda, in ogni loro apparizione pubblica. Soprattutto continuano a imperversare in ogni programma televisivo, in qualsiasi circostanza e su qualsiasi rete. Continuano essenzialmente a soffrire di “vanagloria”. Di sicuro la posizione di un primus inter pares non ha preso alcuna forma di attrazione. Si continua a confondere l’accidentale con il sostanziale, il formale con il materiale, sovvertendo “l’onorevole” – molto onorevole – attività che dovrebbe essere svolta per “noi” cittadini. Si cerca invece di confonderci con “mezzucci” da bassa politica, con bigiotteria sfavillante da mercatini rionali, invece di affrontare i problemi quotidiani e le grandi tematiche politiche che attanagliano la nostra società. Insomma, prevale l’apparire sull’essere. Mario Astarita
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