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MONARCHIA O REPUBBLICA; 60 ANNI DI MANCATA VERITA
1946 - 2006 : SESSENTANNI CHE POCO HANNO CONTRIBUITO ALLA VERA UNITA DEGLI ITALIANI PER UN DIFETTO DI ORGINE INCANCELLABILE. DESIDERIAMO RIPARLARNE CON EQUILIBRIO, ONESTA E RISPETTO!
Cominciamo con rileggere Luigi Einaudi.
di Alberto Claut, Segretario Nazionale MMI
Oggi inizia il nuovo anno; non è una novità perché ciò accade da millenni anche se non tutte le genti celebrano questa scadenza nella stessa data.
Qui da noi, popolo di tradizioni cattoliche, questa ricorrenza avviene tra la celebrazione della nascita di Gesù, il Santo Natale, e la visita dei Re Magi alla capanna di Bethlemme.
Arriva quindi il 2006 che tutti ci auguriamo migliore di quello che l’ha preceduto.
Ma in questo nuovo anno ricorreranno molte date importanti per il “popolo italiano” e, tra queste, una in particolare che sarà motivo di celebrazioni: la ricorrenza del referendum istituzionale del 1946 quando i cittadini, non tutti (!), furono chiamati a esprimere il voto di scelta tra Monarchia e Repubblica.
Sappiamo come andarono le cose ! Ormai sono palesi le ammissioni di quelle manomissioni da subito denunciate, ma non siamo qui per lottare contro un muro di gomma protetto da una autolegittimazione garantita dall’art. 139 della Costituzione voluta proprio per quella innata debolezza di un istituto voluto, forse a quel tempo imposto, da un sistema internazionale che molto assomiglia alle ingerenze di quella che oggi definiamo come economia globale. Quella del potere governato dal dio denaro e imposto ai più deboli che continuano ad essere sfruttati.
Non lotteremo ponendoci in contrapposizione alla repubblica arroccati nelle trincee ancorché virtuali. Siamo preparati e pronti a quel confronto democratico e civile cui noi non sfugiregmo e che sosterremo issando quella bandiera che ci distingue e per la quale siamo pronti a batterci oggi, come ieri, ma anche domani e sempre in difesa dei Valori di un passato vissuto per un Futuro sempre migliore.
Oggi non ci è dato sapere se riusciremo di trovare una intesa operativa con gli altri fratelli monarchici delle differenti Organizzazioni operanti in Italia ed all’estero, la cercheremo però nel nome di quegli ideali che ci qualificano nella ricerca di un rispetto reciproco che prescinda dalle indicazioni dinastiche e rappresentative politiche. In di trovare una intesa operativa con gli altri fratelli monarchici delle differenti organizzazioni operanti in Italia ed all’estero, la cercheremo però nel nome di quegli ideali che ci qualificano nella ricerca di un rispetto reciproco che prescinda dalle indicazioni dinastiche e rappresentative politiche. In una unitaria presenza che, garante di ciascuna entità, rappresenti l’unico, originale, vero, irrinunciabile ideale costituente della Nazione Italiana.
Il Movimento Monarchico Italiano ci sarà, ma nessuno dovrà trovare esclusione.
Ebbene, lo scorso anno abbiamo celebrato Mazzini e noi c’eravamo; quest’anno - loro - celebreranno i sessanta anni della Repubblica Italiana e ancora ci saremo, prima da italiani e poi da monarchici !
E coloro che, onesti, affermano di professare la correttezza istituzionale non potranno più ignorarci perché altrimenti saranno accusati di tradimento verso l’unità democratica della Patria.
Cominciamo subito riproponendo un documento di colui che sarebbe poi diventato Presidente della Repubblica, “nonostante quelle sue idee” che forse hanno ispirato il suo successore, prima alla Banca d’Italia e poi al vertice dello Stato, che oggi porta il nome di Carlo Azeglio Ciampi che mi piace immaginare “ingabbiato nel sistema” e di cui ambirei conoscere i segreti pensieri in proposito di unità e continuità della sovranità della Nazione Italiana, dalla sua vera origine. E che mi auguro non finisca il settennato senza aver mai ricordato i primi quattro Capi dello Stato unitario cui gran parte degli italiani rimangono affezionati nel doveroso rispetto che prescinde dallo stato di essere sovrano o presidente.
Caro Presidente Ciampi vogliamo provvedere ?
Alberto Claut
Segretario Nazionale MMI
Perché voterò per la monarchia, Luigi Einaudi
Non voterò per la monarchia perché io pensi che il Re possa salvare gli averi di coloro che posseggono. Costoro sono bensì moltitudine in Italia: di soli proprietari di terreni si contano 13 milioni, uno ogni tre abitanti e mezzo, più di uno per famiglia. Ma gli averi non si salvano fidando in una forza esteriore. Si salvano solo col lavoro, colliniziativa, col risparmio, rinunciando ad ogni monopolio, ad ogni privilegio dannoso alla collettività. (...) [pagebreak]
Né voterò per la monarchia perché pensi che il Re possa essere le roi des gueux. Non devono più esistere in Italia come un tempo accadeva, straccioni di cui il Re possa dire di essere il difensore contro la prepotenza dei grandi.
Non voterò neppure per la monarchia perché speri che essa ci salvi dal salto nel buio di una repubblica comunista o socialista. Nessuno può salvare gli italiani dal salto nel buio o nellabisso se non gli italiani stessi. Se non volessi, assai più che la vittoria della monarchia, la vittoria del bene comune, dovrei augurare alla repubblica di iniziare il suo corso nel travagliato momento odierno: col 20 percento della ricchezza nazionale distrutta, col reddito nazionale totale, ossia collinsieme della produzione annua totale di beni e servigi, dalla quale soltanto si ricavano salari, stipendi, interessi, guadagni, imposte, ridotto del 45 per cento in confronto allanteguerra, colle disponibilità liquide (massa totale dei depositi presso le casse di risparmio e banche di ogni specie) nominalmente cresciute, ma in realtà ridotte ad un terzo di quelle esistenti nel 1938. La impossibilità fisica assoluta di mantener le promesse che a gara i partiti vanno facendo, le prove della dura fatica che tutti, appartenenti a tutte le classi sociali, dovremo sostenere, saranno causa di disillusioni acerbissime, delle quali la colpa sarà fatta risalire da molti, forse dai più, allistituto che avremo scelto per dar forma allo stato.
Ma non voterò per la Repubblica, perché temo per lItalia il pericolo dal quale a grande stento si salvò il 5 maggio la Francia, respingendo il progetto di costruzione che la maggioranza social - comunista aveva costruito. Quel progetto soddisfaceva alla logica astratta dei dottrinari. Se si parte dalla premessa che lunica, la vera fonte del potere sia la volontà del popolo, è chiaro che da essa soltanto debbano provenire tutte le orze politiche esistenti nel paese. Quando i cittadini hanno letto unassemblea a suffragio universale segreto, a che prò una seconda assemblea ed un presidente eletto con metodi diversi, dallo stesso popolo, i quali altro non potrebbero fare, se volessero far qualcosa, se non frastornare o ritardare i deliberata della assemblea popolare? Dunque sia unica lassemblea, sia da questa eletto il capo dello stato e siano da essa e da essa sola dettate le norme relative al mantenimento della giustizia, alla libertà di religione, di pensiero, di stampa, di insegnamento, di associazione. I francesi ricordano però che le assemblee uniche sovrane sono dominate dai partiti, e che questi ubbidiscono, sovratutto in regime di rappresentanza proporzionale, a giunte le quali, impadronitesi della macchina dei partiti, fanno le elezioni; che perciò è sempre imminente la tirannia delle assemblee, non meno dura della tirannia di uno solo. Ricordarono di aver preferito il tiranno alla strapotenza di una assemblea unica sovrana. Ricordarono la dominazione del primo Napoleone, seguita alla Convenzione e al Terrore, da cui si poterono liberare soltanto grazie alla ritirata di Mosca, ed alle disfatte militare di Lipsia e Waterloo; ricordarono la rinnovata tirannide del terzo Napoleone, anchessa funestata a tutte le libertà politiche, seppure largatrice di tranquillità apparente e di prosperità economica. Anchessa era finita nella sconfitta di Sedan e negli incendi della Comune. Non dimenticarono anche che il signor Leburun, lultimo presidente eletto dalle assemblee elettive, firmò latto di morte della terza repubblica.
Neanche la elezione del capo dello stato da parte del suffragio universale diretto e segreto sol sistema della repubblica presidenziale, è garanzia di libertà. Conosciamo un solo esempio nella storia contemporanea di repubblica presidenziale stabile: ed è quello degli Stati Uniti. Ma quello è un miracolo dovuto alla coincidenza di molteplici fattori storici, che sarebbe puro caso vedere riprodursi altrove: una lunga ultrasecolare preparazione di governo indipendente nei tredici stati riunitisi nel 1787 in federazione; Washington, i generale fondatore, sceso volontariamente da presidente alla condizione di gentiluomo di campagna, allo scadere del secondo quadriennio, un grande giudice, il Marshall, che fondò e difese lautorità della Corte suprema contro gli assalti di parlamentari e di presidenti e creò il vero ultimo presidio delle libertà dei cittadini. Le esperienze uniche nella storia non si ripetono. Si ripetono invece le esperienze sfortunatamente ordinarie delle repubbliche centro e sud americane, dove i pronunciamenti militari si succedono e elezioni sono assalti al potere da parte di capi di fazioni e dove non sono rare le lunghe tirannie dei Rosas e dei Diaz.
Accade anche che un presidente eletto dal popolo a tutore della costituzione, secondo i dettami della troppo sapiente carta di Weimar, il maresciallo Heindenburg, consegni il potere al signor Hitler, allAttila moderno.
No; gli uomini trovano libertà solo in se stessi, nella loro forza danimo, nella decisa volontà di resistere nelle carceri dello Spilberg allaustriaco dominatore, nei reclusori e nelle isole al nostro tiranno da palcoscenico, nelle carceri alle torture tedesche e neo-fascistiche. Ma poiché dobbiamo creare nella carta costituzionale le garanzie della libertà per tutti i cittadini, anche per quelli che, senza essere eroi, servono umilmente la patria compiendo il proprio dovere, dico che, accanto alle due assemblee legislative, accanto ad un capo del governo, che goda la fiducia dellassemblea popolare, perché la sua elezione è parte della elezione di questa, accanto ad una magistratura autoreclutantesi e indipendente da governi e da assemblee politiche, accanto ai consiglieri elettivi regionale, provinciali e comunali, forniti, nei limiti dei propri ben definiti e bene ragionati compiti, di piena autonomia dal governo centrale, accanto alle chiese e massimamente alla chiesa della grande maggioranza degli italiani che è la chiesa cattolica, accanto alle fondazioni d alle associazioni, accanto alla scuola, istituti tutti volti ad opere autonome di bene, deve esistere un capo di stato, il quale tragga ragioni di vita da una fonte diversa dalla elezione.
Questa fonte è una forza storica, costituita da tradizioni, da opere compiute in passato attraverso secoli di lotte e che non possono essere distrutte da errori commessi in un tempo recente, che è un attimo nella vita dei popoli. Noi non possiamo dimenticare il Piemonte e la casa Savoia con una lotta secolare avevano respinto, da un lato, sino al Ticino, spagnoli e tedeschi e dallaltro lato, sino alle Alpi, i francesi, i quali pur vantavano diritti su Casale su Asti e per lunghi anni avevano dominato la capitale dello stato sabaudo da Carmagnola e da Pinerolo, conquistando allItalia quei confini naturali sulla cima delle montagne che oggi per la sventura e la discordia delle due nazioni sorelle, ci sono nuovamente contesi. Noi non possiamo dimenticare che fu così foggiata quella spada, furono fondati ed agguerriti quei reggimenti senza di cui la idea della unità dItalia sarebbe rimasta vana aspirazione di pensatori e di poeti.
Il patrimonio delle tradizioni e delle glorie avite è patrimonio di tutti, che dobbiamo trasmettere intatto ai figli ed ai nipoti. Lo dobbiamo trasmettere cresciuto e rinnovato, La monarchia, forza storica, potere posto al disopra dei partiti, deve diventare quellistituto di cui in Inghilterra si dice che non se ne parla mai.
Se ne parlò un giorno, quando nel 1649 la testa di Carlo I cadde nella sala dei banchetti di Westminster, e di nuovo quando ne 1689 Giacomo II fu costretto a prendere la via dellesilio,. Ma nel 1689 un parlamentare, cappello in testa, lesse a Guglielmo, nipote del re decapitato ed a Maria, figlia del re esiliato, una dichiarazione nella quale era detto che mai più gli inglesi avrebbero tollerato che il loro re esigesse imposte non votate dal parlamento, traesse in arresto cittadini senza i mandato ed il giudizio del magistrato ordinario, sospendesse lapplicazione delle leggi senza il consenso del Parlamento, intralciasse la libertà di parola e di voto dei membri delle due camere. Sono passati 256 anni da quel giorno memorando; ed i re inglesi hanno imparato la lezione e sono oggi il simbolo della unità della comunità delle nazioni britanniche, un simbolo di cui non si parla mai e che non si invoca se non quando accada che una Camera dei comuni divisa e discorde in se stesa non riesca a designare chiaramente al capo dello stato colui che dovrà essere il primo ministro.
Questa è la monarchia per la quale noi votiamo; una monarchia la quale nei giorni ordinari sia il simbolo rappresentativo dellunità della patria e delle concordia dei cittadini, circondata da una corte austera, u cui membri siano scelti dal Re e dalla Regina sentito il parere conforme del primo ministro, ed adempia allufficio di tutrice della costituzione e di organo della volontà del popolo nei momenti supremi della vita della nazione, quando le altre forze politiche si dimostrino incapaci ad esprimere una governo stabile. [pagebreak]
A quel re, memori delle parole che in tempo i compagni delle battaglie comuni contro gli arabi indirizzavano in terra di Spagna ai sovrani nuovamente assunti al trono, noi diciamo, cappello in testa:
"Noi, ognuno dei quali è uguale a te e che tutti insieme siamo più di te, dichiariamo e vogliamo che ti sia Re per la difesa di tutti noi contro chiunque di noi si eriga ad oppressore nostro e contro la follia di noi stessi se per avventura ci persuadessimo a rinunciare alla nostra libertà. Se tu sarai Re per difendere noi e le nostre libertà, noi ti saremo fedeli perché saremo, così facendo, fedeli a noi stessi, ai nostri avi ed ai nostri figli: Ma se tu non sarei il Re che noi vogliamo, sappi che non basterà più loblio dellesilio volontario a lavare le tue colpe."
Così e non altrimenti ha il dovere di parlare chi si accinga a dare il suo voto per la conservazione della monarchia.
Luigi Einaudi
Note:
Einaudi (Luigi), economista e uomo politico italiano (Carrù, Cuneo, 1874 - Roma 1961). Laureatosi in giurisprudenza nel 1895, coprì le cattedre di scienza delle finanze sia alluniversità di Torino sia alluniversità Bocconi di Milano e di economia politica al politecnico di Torino; nel 1926 fu costretto ad abbandonare linsegnamento universitario.
Collaboratore di numerosi giornali e periodici sia italiani sia stranieri (fra cui il Corriere della Sera, La Stampa e The Economist), dopo aver diretto La Riforma sociale fino al 1935 (quando ne fu sospesa la pubblicazione), fondò lanno successivo la Rivista di storia economica soppressa nel 1943.
Senatore del regno dal 1919, durante il fascismo rimase fedele ai suoi ideali liberali, mantenendo un atteggiamento di distacco e di opposizione nei confronti del regime.
Dopo l8 settembre 1943, ricercato dalla polizia tedesca, fu costretto a rifugiarsi in Svizzera da dove ritornò lanno seguente.
Nominato governatore della Banca dItalia il 5 gennaio 1945, nello stesso anno fu eletto membro della Consulta, lanno successivo dellAssemblea costituente (nelle liste dellUnione democratica italiana) ove prese parte attiva alla redazione della costituzione.
Nel 1947 venne nominato vicepresidente del consiglio e ministro del bilancio nel quarto governo De Gasperi; nellautunno cominciò ad attuare quei provvedimenti (restrizione del credito bancario e risanamento del deficit statale), noti come "linea Einaudi", che consentirono di frenare linflazione e di stabilizzare il potere dacquisto della lira.
L11 maggio 1948 fu eletto presidente della repubblica, reggendo la carica con ferma moderazione e saggia discrezione; alla scadenza del mandato presidenziale, nel 1955, ritornò al senato come membro a vita.
Convinto sostenitore dei princìpi economici liberisti e liberale in politica, avversò il protezionismo e tutte le forme di monopolio, fu contrario al socialismo e ostile al regime fascista, difese decisamente il sindacalismo ma si oppose al sistema corporativo.
Europeista, sostenne la creazione della Comunità economica europea, auspicando una federazione europea che restringesse le sovranità nazionali in favore di una sovranità sovranazionale. Su tale argomento ricordiamo i suoi scritti: I problemi economici della Federazione europea(1946), La unificazione del mercato europeo (1947), La Federazione europea (nel Buongoverno, 1954).
Einaudi dedicò fondamentalmente la sua attività scientifica ai problemi finanziari ed economici (compresi quelli di politica agraria), agli studi di storia economica e finanziaria e agli studi di storia delle dottrine economiche.
Fra le opere di carattere finanziario citiamo: Un principe mercante: Studio sulla espansione coloniale italiana (1900), La rendita mineraria (1900), Studi sugli effetti delle imposte (1902),Osservazioni critiche intorno alla teoria dellammortamento delle imposte e teoria delle variazioni nei redditi e nei valori capitali susseguenti limposta(1919), La terra e limposta (1924), Contributo alla ricerca dellottima imposta (1929), La condotta economica e gli effetti sociali della guerra (1933), Miti e paradossi della giustizia tributaria (1940), Saggi sul risparmio e limposta (1941).
Della teoria finanziaria di Einaudi meritano in particolare di essere menzionati i concetti di Stato come fattore di produzione (in quanto contribuisce alla fecondità dellimpresa economica), di imposta produttivistica e di imposta ottima (in quanto si adatti allequilibrio economico preesistente procurando il massimo gettito allo Stato e il massimo incremento del reddito prodotto), nonché lanalisi dellincidenza e della traslazione dellimposta e lesame degli effetti delle spese considerati congiuntamente agli effetti delle entrate.
Fra le opere di carattere storico ricordiamo: La finanza sabauda allaprirsi del secolo XVIII e durante la guerra di Successione spagnola (1908) e i saggi su Galiani e su Francesco Fuoco.
Meritano, inoltre, di essere citati i ventidue saggi di argomento politico raccolti nelle Prediche inutili (1956-1959) pubblicate in sei dispense e Lo scrittoio del Presidente (1948-1955) [1956].
Tratto da Enciclopedia multimediale Rizzoli Larousse