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La Monarchia Sabauda e l'unità d'Italia PDF Stampa E-mail

LA MONARCHIA SABAUDA E L’UNITA’ D’ITALIA

di Alberto Scardino

La storia dell’unità d’Italia rappresenta il classico esempio di una scelta fra concezioni e forme costituzionali diverse al fine di perseguire e raggiungere la realizzazione di uno stato unico, tanto vagheggiato nei secoli quanto mai conseguito in termini duraturi.
Dopo la sconfitta di Napoleone Bonaparte, che aveva unificato la penisola italiana nel breve Regno Italico, il Congresso di Vienna restaurò gli Stati già esistenti prima dell’invasione francese con la sola eccezione della repubblica di Venezia, che restò annessa alla Corona dell’ Impero austro-ungarico.-

segue

Dal Congresso di Vienna la politica dei governi restaurati fu apertamente reazionaria. Reazione significa il ritorno all’antico regime, al vecchio assolutismo e al sistema dei privilegi, annientando ogni sentimento liberale e nazionale, e la difesa dei soprusi di una minoranza contro i diritti di tutti i cittadini. La politica adottata dai sovrani della penisola non permetteva alcuna manifestazione di libertà, le libertà di pensiero, di opinione, di stampa, di associazione e di riunione non erano permesse, perché ritenute dannose all’autorità costituita e quindi a tutta la società. Le leggi napoleoniche furono, in molti Stati, abrogate e i privilegi dei nobili e del clero ripristinati, mentre il governo degli Stati fu appannaggio di ministri retrivi, faziosi e incapaci di capire il nuovo corso storico. L’aristocrazia, il clero, la maggioranza dei funzionari pubblici, le forze di polizia e tutta la gente interessata a mantenere l’ ordine costituito, i “conservatori", nel senso più negativo di questo termine, difendevano questa situazione nella quasi totale indifferenza delle masse, ignoranti, povere e rassegnate.

Gli innovatori erano un’esigua minoranza composta da scrittori, studenti, avvocati, giuristi, vecchi giacobini, massoni e carbonari.- Nel periodo della restaurazione ogni movimento politico innovatore trovò ostacoli insormontabili nelle disposizioni di legge e nelle persecuzioni della polizia e così i liberali e patrioti, che desideravano istituzioni civili e giuridiche più adeguate ai tempi, furono costretti a riunirsi di nascosto, creando numerose società segrete atte a cospirare e a preparare la rivoluzione contro ogni autoritarismo.- Le più importanti di queste associazioni furono: la Carboneria, i Patrioti europei, i Filadelfi e la Massoneria; quest’ ultima può considerarsi la madre di tutte le sette fiorite nei secoli XVIII e XIX, fu la prima società segreta i cui scopi erano quelli di favorire e promuovere la libertà e l’ uguaglianza degli uomini.- Molti affiliati, che non approvarono certe scelte dei capi, si divisero dalla Massoneria e fondarono nuove sette diffuse soprattutto nella classe borghese e tra queste primeggiò la “Carboneria”, società segreta, politica, liberale e patriottica, che ebbe la sua massima diffusione e fiorì in Italia durante il periodo della Restaurazione e fu molto attiva durante il Risorgimento.

Gli appartenenti alla Carboneria, per lo più liberali e patrioti, erano soprattutto ufficiali, nobili, membri della borghesia illuminata e liberale, possidenti, commercianti, soldati, artigiani e intellettuali, scrittori, magistrati, professionisti,  avvocati, impiegati, studenti, vecchi giacobini, sacerdoti, ecc., che desideravano instaurare regimi liberali e lottare per ottenere dai sovrani una Costituzione che sancisse i diritti dei cittadini.- Lo scopo comune dei Carbonari era sostituire dappertutto le monarchie assolute con monarchie costituzionali, mentre in Lombardia aspiravano alla liberazione dal dominio austriaco e all’ indipendenza e in Romagna ambivano alla fine del potere temporale dei Papi. Le riforme auspicate dai Carbonari erano già apparse pubblicate sul giornale clandestino “Il QUARAGESIMALE ITALIANO” del 16 marzo 1819, dove i Carbonari romagnoli dichiaravano: “Abbiano i principi italiani e i loro ministri in vista le massime principali oramai conosciute e reclamate da ogni nazione: garanzia della libertà civile e personale; tolleranza di tutti i culti ed abolizione dell’ inquisizione; uguaglianza di tutti in faccia alla legge e per conseguenza abolizione di ogni privilegio e dei diritti feudali; rappresentanza nazionale liberamente eletta dal popolo, nella emanazione delle leggi e nella votazione delle imposte; libertà di stampa; responsabilità dei ministri e degli impiegati subalterni; persistenza nell’ abolizione della tortura; miglioramento della pubblica istruzione; incoraggiamento all’ industria nazionale, protezione all’ agricoltura; eleggibilità di ogni cittadino a qualunque impiego, carica o dignità, purché sia capace di sostenerli con decoro ed utile dello Stato”.

Come non condividere, ancora oggi, queste legittime attese!
Così, pur nel diffondersi di sempre più numerosi movimenti che auspicavano l’ unità d’ Italia e si opponevano alla restaurazione pura e semplice, si tornò allo stato quo ante, emergendo per converso sempre più consapevolmente, dopo il 1830, le speranze di un’ Italia unita, che vennero caldeggiate in varie forme istituzionali dal Mazzini, che auspicava una repubblica unitaria, dal sacerdote piemontese Vincenzo Gioberti, che, nel suo “Primato”, invitava alla creazione di una federazione di stati monarchici sotto la presidenza  del Papa e da Cesare Balbo che, col suo libro “Speranze d’ Italia”, sollecitava una crociata nazionale sotto la guida del Piemonte.-
L’ unico Stato italiano che non aveva subito moti rivoluzionari era stato quello sabaudo, dove nel frattempo era stato concesso lo “Statuto”, che garantiva le libertà fondamentali di tutti i cittadini.

E così nel 1848, dopo le insurrezioni antiaustriache di Venezia e Milano,  ebbe inizio la  prima guerra di indipendenza, intrapresa da Re Carlo Alberto di Savoia, che si era posto a capo di una coalizione di Stati italiani, dichiarando guerra all’ Impero austro-ungarico, che allora occupava il Regno Lombardo-Veneto; le fasi della guerra furono inizialmente favorevoli alla coalizione antiaustriaca e poi, quando la maggior parte degli Stati alleati dei sardo-piemontesi ritirarono le loro truppe, Carlo Alberto si ritrovò improvvisamente abbandonato dagli alleati e venne sconfitto nella battaglia di Novara che determinò l’ abdicazione sul campo di battaglia del Re e il succedergli del figlio Vittorio Emanuele II.-  Si dice che, nell’ immediatezza della disfatta delle truppe piemontesi e dopo aver inutilmente cercato la morte in battaglia, Carlo Alberto abbia illustrato a un Consiglio ristretto le condizioni durissime richieste dagli austriaci per la pace e, concludendo che era dolorosissimo vedere le sue speranze fallite non tanto per lui quanto per il Paese, si rivolse al figlio Vittorio Emanuele e lo indicò agli astanti, dicendo: “Ecco il vostro Re!” e si congedò, trattenendosi con i soli figli Vittorio Emanuele e Ferdinando; subito dopo Carlo Alberto partì per l’ esilio in Portogallo, dove morì di lì a breve.- Dopo la battaglia di Novara e l’ incontro con Radetzki a Vignale il Re Vittorio Emanuele II disse a Carlo Cadorna: “Io conserverò intatte le istituzioni che mio padre ha dato. Terrò alta e ferma la bandiera tricolore, simbolo della nazionalità italiana, che è stata vinta oggi, ma che trionferà un giorno. Questa sarà d’ ora in poi il fine di tutti i miei sforzi”.-
La guida del governo sabaudo, dopo la sconfitta di Novara fu affidata a Massimo d’

Azeglio, che -aderendo agli autorevoli richiami del Sovrano- nella seduta tenutasi al Parlamento piemontese il 12 febbraio 1851- ebbe a dire: “Io credo che non vi hanno due codici diversi di morale, uno per i governanti, l’ altro per i governati; io non credo che la ragione di stato sia una dispensa alla morale comune … Voglio essere io il primo a proclamarlo al popolo; ed è che esso, per parte del suo governo, ha diritto al buon esempio … tutti i disordini che accadono nella società hanno generalmente motivo da illegalità, da ingiustizie, da atti di mala fede … So bene che la teoria della buona fede in politica da parecchi è derisa, quasi fosse una sciocchezza, eppure è solo con la probità e l’ onore che si salvano gli Stati.” Questo autorevole richiamo all’ attenzione del bene comune ed alla correttezza dei parlamentari fu frutto della insistente pressione del Re al fine di sensibilizzare tutti ad un più corretto comportamento ed al bene supremo della Patria.- Successivamente,   durante il Regno di Vittorio Emanuele II, la guida del governo fu affidata a Camillo Benso conte di Cavour, che sosteneva che il Regno di Sardegna, stringendo alleanze con potenze straniere e non con gli altri sovrani italiani, dovesse cacciare l’ Austria dalla penisola per poter costituire un vasto Regno dell’ Italia Settentrionale.-

Per ottenere visibilità internazionale fu inviato, su iniziativa del Cavour, un contingente sardo a combattere nella guerra di Crimea e ciò consentì al regno sabaudo di partecipare al Congresso di Parigi dove Cavour ebbe modo di sollevare, quale alleato vincitore del conflitto, la questione italiana.-

Di fronte all’ennesimo insuccesso dei mazziniani nella spedizione di Sapri, Cavour, nell’ incontro segreto di Plombières, decise di allearsi con la Francia.- Secondo gli accordi stipulati, Napoleone III (Luigi Napoleone, presidente dei francesi era divenuto imperatore nel 1852 con tale nome) sarebbe entrato in guerra a fianco del regno sabaudo solo nel caso che quest’ ultimo fosse stato attaccato dall’ Austria e, in cambio di tale alleanza, la Francia avrebbe ricevuto Nizza e la Savoia dal Regno Sardo e la primogenita di Re Vittorio Emanuele, la sedicenne principessa Clotilde di Savoia, sarebbe andata in sposa al cugino dell’ Imperatore il principe Girolamo Napoleone Bonaparte. L’accordo segreto di Plombières fra l’ imperatore francese Napoleone III e il Primo Ministro sardo Cavour servì ad assicurare al Piemonte l’ alleanza francese nella eventualità di una prossima guerra contro l’Austria. Il fine inizialmente perseguito da Cavour era limitato, prevedendo la sola aggregazione delle realtà regionali dell’ alta Italia in un unico Regno sotto la corona dei Savoia e la creazione di una federazione italiana con gli altri Stati del Centro e del Sud della penisola italiana.-

Forte di questa alleanza il Re Vittorio Emanuele II, incontrando nel ricevimento di Capodanno l’ ambasciatore d’ Austria, lo aveva salutato con queste parole: “Mi dispiace che i nostri rapporti non siano buoni come per il passato; assicurate però il vostro Sovrano che i miei sentimenti personali verso di lui sono sempre gli stessi” e quindi, il 10 Gennaio 1859 Vittorio Emanuele II inaugurando la sessione parlamentare del Regno di Sardegna, disse ai parlamentari: « Il nostro paese, piccolo per territorio, acquistò credito nei Consigli d'Europa perché grande per le idee che rappresenta, per le simpatie che esso ispira. Questa condizione non è scevra di pericoli, giacché, nel mentre rispettiamo i trattati, non siamo insensibili al grido di dolore che da tante parti d' Italia si leva verso di noi! Forti della concordia, fiduciosi nel nostro buon diritto, prudenti e risoluti, aspettiamo i decreti della Divina Provvidenza », palesando l’ intenzione di adoperarsi per la realizzazione dell’ unità d’ Italia, pur consapevole di esporre così se stesso e la stessa istituzione monarchica al rischio di un nuovo insuccesso bellico.-

L’otto Gennaio giunsero a Torino il principe Girolamo Napoleone Bonaparte e il generale Niel per firmare, a nome dell’ Imperatore Napoleone III, un trattato che sanciva gli accordi di Plombières e pochi giorni dopo fu celebrato il matrimonio della principessa Clotilde di Savoia col principe Girolamo Napoleone Bonaparte.- Povera Clotilde! Ella aveva capito che gli interessi della patria richiedevano questo suo sacrificio ed accettò di farsene carico, senza lacrime, senza recriminazione ed a testa alta, aderendo all’ invito di suo padre, che, all’ indomani del matrimonio, le scrisse: “Fa’ sempre il tuo dovere; cerca di renderti degna della tua nuova patria. Ricordati che le donne di Casa Savoia hanno sempre fatto così”.-

Nel marzo 1859 i venti di guerra ormai soffiavano impetuosi e in Piemonte giungevano volontari da molte parti d’ Italia per cui questa mobilitazione indusse l’Austria ad inviare il 23 aprile un ultimatum al regno di Sardegna ed il 27 aprile si ebbe un’ insurrezione popolare a Firenze in seguito alla quale le truppe estensi si ritirarono dall’oltreappennino modenese; il governo piemontese, nel frattempo, respinse l’ ultimatum e il 29 aprile gli austriaci valicarono il Ticino, attaccando il Regno sabaudo ed ebbe cosi inizio la seconda guerra d’ indipendenza, in cui la Francia scese in campo a fianco del Piemonte.

Nei primi giorni vi fu l’occupazione austriaca di porzioni di territorio piemontese e il 15 maggio ebbe inizio la controffensiva franco-sarda, che si concluse con l’ invasione della Lombardia e respingendo l’ avanzata delle truppe imperiali.- Le battaglie principali della guerra furono Magenta, il 4 giugno, e quella particolarmente cruenta di San Martino e Solferino, il 24 giugno. Quando l’ esercito era schierato per l’ assedio alla fortezza di Peschiera, l’ 11 luglio a Villafranca Napoleone III siglò l’armistizio e la pace venne firmata a Zurigo il 10 novembre 1859.- I preliminari dell’ armistizio di Villafranca sancirono la cessione della Lombardia alla Francia per essere da questa ceduta ai Savoia, la restaurazione degli antichi regimi ducali e la creazione di una confederazione di Stati italiani.- Cavour, sdegnato per questi accordi che riteneva incompatibili con le aspirazioni nazionali, si dimise e il governo sardo, pur ritirando dai territori italiani i propri commissari che aveva insediati, favorì la creazione di governi provvisori che elessero assemblee che votarono l’annessione al Regno di Sardegna. Cavour, ritornato al potere, fece indire plebisciti, espressioni della sovranità popolare, che nel marzo 1861 sancirono la volontà delle genti di unirsi sotto la corona di Vittorio Emanuele II, Re di Sardegna.-

Cavour avrebbe preferito che il nuovo stato appena realizzatosi si consolidasse senza intervenire direttamente nei confronti dei Principi dell’ Italia Centrale e del governo borbonico, essendo sua intenzione preservare questi stati e gradatamente condurli, per una naturale legge di gravitazione, nella situazione in cui Bismark metterà più tardi i Principi e Sovrani germanici, dando così vita all’ Impero di Germania sotto la guida del Re di Prussica.- Lo stesso Vittorio Emanuele II condivideva questa impostazione, anche perché aveva legami di parentela con i Borboni di Napoli e non intendeva entrare in rotta con il Papato.-
Essi furono, però, travolti dalla rivoluzione e da Garibaldi.-

A questo punto, infatti, entrò in scena Garibaldi, che organizzò una spedizione di mille volontari, che partì giusto il 4 Maggio 1860 da Quarto con lo scopo di fare insorgere le masse popolari meridionali.-
Garibaldi, sbarcato in Sicilia, piegò senza difficoltà la resistenza delle truppe borboniche e, in nome di Vittorio Emanuele II, vi proclamò la dittatura; dopo aver sedato nel sangue un moto contadino contro i proprietari terrieri iniziò la risalita verso Napoli e sbarcò, tra la notte del 19 e il 20 Agosto 1860, in Calabria in località Rumbolo di Melito di Porto Salvo, che costituisce la parte più a sud dell’ Italia continentale. Nelle acque del mar Jonio, antistanti l’ accampamento scelto per le proprie truppe (oggi denominata “Casina dei mille” e che al tempo apparteneva ai marchesi Ramirez), si arenò la nave garibaldina “Torino” durante lo sbarco frettoloso delle truppe, avvenuto sotto il fuoco nemico delle navi borboniche e la resistenza di uno sparuto gruppo di fedeli ai Borboni, prontamente sopraffatti. Nella “Casina dei mille” Garibaldi si trattenne per un paio di giorni al fine di far riposare le sue truppe, subendo anche l’attacco delle navi borboniche, che non sortì, però, alcun esito.-

Da Melito di Porto Salvo i mille risalirono attraverso l’Aspromonte sino a Napoli dove entrarono senza incontrare resistenza, nella notte tra il 7 e l’ 8 settembre 1860.- Qui Garibaldi, inebriato dai ripetuti successi, avrebbe voluto ritardare l’annessione del Regno borbonico a quello dell’ Italia settentrionale e chiese al Re di accordargli la dittatura per due anni e di licenziare da Primo Ministro Cavour per avere la strada libera e per vendicarsi della cessione di Nizza, sua città natale, alla Francia. Cavour allora, con il beneplacito del Re Vittorio Emanuele II, sottopose al Parlamento, appositamente convocato in sessione straordinaria, un progetto di legge che autorizzava il Re ad accettare l’ unione alla sua Corona di nuove Province, senza che ogni volta ci fosse bisogno di apposito provvedimento legislativo; il progetto di legge venne approvato senza difficoltà e Garibaldi ne prese atto, non insistendo più sulla richiesta di essere nominato per un biennio dittatore delle province meridionali.- Intanto, per paura che Garibaldi potesse marciare su Roma ed occupare lo Stato pontificio, Cavour inviò truppe piemontesi in Umbria e nelle Marche, occupandole e quindi le truppe sabaude si diressero verso Napoli pronte anche all’eventualità di scontrarsi con quelle garibaldine, ma Garibaldi non intendeva combattere contro di esse e preferì attendere l’ arrivo del Re.

Nel frattempo nell’Italia meridionale si tennero dei plebisciti per l’annessione al regno sabaudo, che ebbero tutti esito favorevole, e il 26 ottobre 1860, con lo storico incontro avvenuto in località “Montecroce” nei pressi di Teano, Garibaldi consegnò a Vittorio Emanuele II tutti i territori da lui liberati e quindi il 7 Novembre 1860 Vittorio Emanuele II fece il suo ingresso in Napoli, acclamato da una folla festante; il giorno dopo Garibaldi e il suo collaboratore Conforti  presentarono al Re i risultati dei plebisciti tenuti il 21 e 22 Ottobre 1860, dai quali emerse che avevano votato a favore dell’ annessione 1.302.064 nel continente e 432.053 in Sicilia, mentre i voti contrari furono rispettivamente 10.312 e 667 i Sicilia.- Nel frattempo anche le Marche e l’Umbria vennero annesse al Regno sabaudo, in forza dei plebisciti che ne avevano decretato l’ annessione.-

L’ unificazione nazionale prendeva così corpo, anche se essa non era ancora completata perché il Lazio rimaneva territorio papale e il Veneto era in mano austriaca. Il 17 marzo 1861 Vittorio Emanuele II venne proclamato re d’ Italia.
Non vi è quindi alcun dubbio che, senza l’audacia di Casa Savoia, l’unità d’ Italia difficilmente avrebbe potuto realizzarsi e pertanto tutti noi non si possa dimenticare chi ne è stato l’ artefice.-

In una recente occasione, il cardinale Angelo Bagnasco ha espresso la speranza “che l’unità d’Italia sia un tesoro nel cuore di tutti”, auspicando che la ricorrenza si trasformi “in una felice occasione per un nuovo innamoramento del nostro essere italiani” ed io non posso che unirmi a questo auspicio.-

             Alberto Scardino

Scritto da Site Administrator, 27-09-2011 09:17
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Ultimo aggiornamento: 27-09-2011 09:17
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