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ANCORA SUL RUOLO POLITICO DEI MONARCHICI PDF Stampa E-mail
La presa di posizione del Movimento Monarchico Italiano sullannunciata riproposta del Partito Stella e Corona, diffusa anche su questo sito, suscita molte adesioni e qualche contrarietà. Ribadendo la posizione chiaramente espressa per lattuale situazione, anche per coloro che non avessero avuto lopportunità di ascoltare o leggere lintervento del Segretario Nazionale Alberto Claut in occasione del XX° anniversario della fondazione del MMI, dove appunto si parlò anche del ruolo politico, riportiamo qui di seguito il testo integrale. (Torino ott. 2004)

"Sono trascorsi vent’anni dalla costituzione del Movimento monarchico italiano.
  In un momento assai critico della nostra storia, il 27 ottobre 1984, un gruppo di veri amici si riuniva a Borgaro Torinese.


  Rileggiamo uno dei passaggi più importanti della relazione di apertura: “Si dice e ci si domanda: perché dobbiamo essere noi a rinunciare alla nostra vecchia sigla, tanto cara alle nostre memorie e al nostro cuore di vecchi e fedeli monarchici? Perché, se la nostra fedeltà è piena e indiscutibile nei confronti dell’attuale capo di Casa Savoia, com’era piena e indiscutibile nei confronti di S.M. Umberto II, dobbiamo rinunciare a un simbolo che ha sempre contraddistinto le nostre lotte? Siano gli altri a farlo!”.


  Avevano ragione. Ancor oggi, nessuno più di noi sente l’amarezza per quel distacco.


  Purtroppo chi aveva calpestato lo statuto, convocando d’urgenza un congresso per porci di fronte al fatto compiuto; chi non aveva esitato a nominare all’ultimo minuto commissari là dove le province avrebbero potuto esprimere un orientamento diverso; chi aveva osato inviare una diffida giudiziaria, sapeva benissimo che mai avremmo ricorso davanti alla magistratura per avere ragione del sopruso, mai avremmo offerto agli altri un’occasione per coprirci di ridicolo.
  A certe azioni, la migliore risposta era ed è il silenzio.
  Abbiamo seguito la strada della coerenza e della dignità, convinti che nessun sacrificio potesse essere più grande della causa alla quale ci eravamo votati liberamente.


  Vent’anni dopo, nell’intimo delle nostre coscienze, ci sentiamo ancora gli eredi più autentici del buono e del giusto, rappresentati da re Umberto II. E, come spesso accade, per mantenere intatto questo patrimonio ideale, perché nulla cambiasse, abbiamo dovuto cambiare noi.
  È un sacrificio che abbiamo affrontato serenamente e responsabilmente per restare fedeli all’ideale monarchico, all’ultimo re d’Italia e ai suoi legittimi successori.


  Quanto detto sintetizza con chiarezza la crisi vissuta dai nostri costituenti, trovatisi di fronte al primo tentativo di individuare un’alternativa alla successione di Umberto II a favore di chi non ne aveva titolo. Una crisi vera, un dolore profondo causato da chi ancor oggi persiste nel suo proposito scellerato.
  Questo il nostro sentimento una volta posti di fronte a una lacerazione inevitabile per difendere la Monarchia dell’unità d’Italia e il principio della successione legittima dei capi di Casa Savoia, la stessa che aveva reso fratelli piemontesi e siciliani, lombardi e friulani, pugliesi e toscani. Un popolo unito da una storia, una lingua e una tradizione comuni.


  Nasceva così il Movimento monarchico italiano, che sceglieva per acclamazione, quale proprio simbolo, il Tricolore con al centro la croce bianca, emblema di una dinastia millenaria e al tempo stesso esaltazione degli ideali del Risorgimento.

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  L’anno successivo, nel primo congresso nazionale svoltosi a Roma, l’approvazione dello statuto, mentre nella riunione del Consiglio nazionale del settembre 1987, a Trieste, veniva presentato il documento politico-programmatico.

 A partire da oggi e per tutto il prossimo anno, quest’ultimo sarà oggetto di discussione, valutazione e revisione alla luce delle nuove contingenze politiche nazionali e internazionali.


  Il manifesto presentava organicamente le intenzioni e le proposte del mondo monarchico, rimasto orfano dell’ultimo re e con suo figlio e successore ancora in esilio per una norma transitoria della Costituzione repubblicana.


  Così il principe Vittorio Emanuele commentava quel documento nel suo messaggio indirizzato al Consiglio nazionale: “In occasione della presentazione a Trieste del documento programmatico adottato dal Movimento monarchico italiano e alla ratifica del Consiglio nazionale del Movimento, sento di dover esprimere a tutti coloro che hanno collaborato alla formulazione e alla stesura dell’importante documento, il cui contenuto ho approvato, il mio vivo compiacimento e la soddisfazione di veder finalmente delinearsi in concreto un impegno istituzionale cui non potrà mancare uno sviluppo concettuale di grande equilibrio e di notevole peso nella formazione di una opinione pubblica scevra da preconcetti ideologici o da tensioni di parte.
  Il documento è frutto di una attenta disamina dell’attuale situazione politica italiana e si pone come punto di riferimento aperto al dibattito con tutte le forze politiche, nell’intento di illustrare e rivendicare il ruolo eminente svolto dalla Dinastia sabauda in tutta la vicenda italiana pre e post unitaria.
  Mi auguro che il programma tracciato sia approfondito, sviluppato e divulgato e sia considerato come una base sulla quale il Movimento possa costruire una solida impostazione culturale che valga a collocare l’istituzione monarchica nel quadro offerto dall’Italia di oggi.
  All’opera quindi, per ridonare alla Patria il senso vivo e profondo della sua presenza nell’ambito dei paesi dove la libertà, la difesa dei diritti dell’uomo, il culto vero e concreto della pace e della comprensione tra i popoli sono la ragione stessa che guida e illumina i governanti, i parlamenti, le nazioni” (Ginevra, 18 settembre 1987).


  Eravamo pienamente coscienti della portata di un simile lavoro, reso ancora più difficile dalle tensioni interne ed esterne.
  Il boom economico era ormai un ricordo.
  La crisi istituzionale era forte e le tensioni politico-sociali sfociavano spesso in atti delittuosi.
  La volontà della classe politica di mantenere il potere a ogni costo aveva imposto coalizioni di governo sempre meno produttive.
  La situazione internazionale registrava le prime avvisaglie di crisi del blocco orientale, tra l’indifferenza della sinistra nostrana. In più, in Italia, persistevano l’ostracismo politico e il cosiddetto “arco costituzionale”, con il rifiuto di un confronto democratico con una parte importante dell’elettorato.
  Non ultimo, va ricordato quel malvezzo che anni più tardi avremmo conosciuto come “Tangentopoli”. 
  L’istituzione repubblicana continuava ad autolegittimarsi, occultando verità storiche e interpretando il passato a proprio uso e consumo. Mortificando il ruolo di tanti italiani in divisa, ma anche dei numerosi monarchici che avevano contribuito alla liberazione del Paese.

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  Anche oggi non ci sembra sufficiente, pur apprezzandolo, l’appello del Capo dello Stato ai valori risorgimentali.
  Caro Presidente, in questo siamo con lei!
  Tuttavia, il garante della nostra democrazia non può dimenticare il ruolo determinante esercitato da Casa Savoia e dai quattro sovrani che hanno guidato il Regno d’Italia nella lunga fase storica che ha preceduto la Repubblica.
  Perché non li ha mai ricordati?
  Non si può saltare dal Risorgimento alla Repubblica senza riconoscere i valori unificanti del Regno, scordare Vittorio Emanuele II, Umberto I, Vittorio Emanuele III e Umberto II, cancellandoli dalla memoria del nostro popolo.
  Se dal Trentino alla Sicilia siamo degli italiani; se aspiriamo al ruolo internazionale che ci spetta, qualificarci e contribuire alla pace nel mondo; se vogliamo tutelare i diritti civili e rispettare le nostre tradizioni, allora non possiamo cancellare la storia. Abbiamo il dovere di onorare i nostri bisnonni, i nostri nonni e i nostri padri che hanno dato la vita per l’Italia.
  Non possiamo dimenticare i sacrifici di chi ha servito la Patria con l’uniforme del Regio Esercito e vergognarci in eterno per gli errori commessi.
  Inoltre, così come onoriamo lealmente i nemici sconfitti, dobbiamo avere il coraggio e l’umiltà di rispettare coloro che da italiani come noi, nella contingenza di situazioni difficilissime, hanno fatto in buona fede scelte differenti e perdenti.


  L’unità e la fratellanza non si ottengono con la contrapposizione ideologica perpetua, ma con il convincimento, la sincera condivisione di valori, la mediazione costante e una maggiore conoscenza del passato, in modo tale da progettare tutti insieme un futuro migliore.
  Tutti insieme, signor Presidente della Repubblica!
  Noi monarchici, che amiamo l’Italia unita, questo aiuto siamo pronti a fornirlo. Perché prima viene la Patria e poi le posizioni individuali.


  Ritornando alle nostre questioni e in base a quanto enunciato, più che parlare dei successi dobbiamo avere il coraggio di affrontare i problemi che non siamo riusciti a risolvere. Questa è l’occasione per farlo, con l’onestà intellettuale che ci contraddistingue.
  Confrontandoci, per ricavare dal dibattito uno stimolo per rinnovare il nostro progetto politico.

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  L’unità dei monarchici è proprio un’utopia?


  Certamente l’operare in un paese dove l’istituto repubblicano ha fatto carte false per cancellare il passato non ha reso agevole la nostra sopravvivenza.
  Tralasciando le contrapposizioni dinastiche, che sembrano trovare nuovo vigore nell’altrui pretesa di sostituirsi al successore legittimo di Umberto II, va preso atto che siamo divisi in una miriade di gruppuscoli equiparabili a circoli locali. Ma anche le due o tre organizzazioni nazionali trovano scarse motivazioni all’unità d’intenti.
  Ritengo che tale situazione sia addebitabile principalmente alle posizioni personali di alcuni dirigenti, che rendono ancora più arduo il superamento degli ostacoli posti sul nostro cammino.
  Ma non solo: anche i centri di potere di questa Repubblica hanno interesse a contrastare l’unità del mondo monarchico.
  Un’altra causa è individuabile nella pratica dell’illusionismo politico-clientelare esercitato nei confronti di chi, convinto ingenuamente di avere accesso ai centri decisionali, preferisce operare in proprio anziché unirsi.
  Che errore madornale! Divide et impera, ci insegnano gli antichi!
  I tentativi passati, compresa la proposta di una federazione, sono caduti nel vuoto perché gli interlocutori non hanno saputo rapportarsi tra loro con l’equilibrio e il rispetto necessari.


  Oggi tiepide iniziative sono in atto, ma la pretesa di qualche esponente che preferisce confrontarsi sulla distanza fisica dal Principe più che sui valori e gli ideali che ci accomunano, non rende agevole il percorso.

  Allora, quale cura? 
  Uno slogan potrebbe esprimerla al meglio: “Facciamo tutti un passo indietro per fare un salto in avanti”. È imperativo che proprio noi, i più convinti assertori dell’unità nazionale, riusciamo a ricucire gli strappi e a ritrovare le motivazioni per esprimere un sentire, un pensare e un volere comuni, allo scopo di contare di più.


  Ne consegue il secondo punto d’analisi, quel ruolo politico dei monarchici che sembra ancora lontano dagli obiettivi prefissati in origine, quando un differente contesto socio-politico ci aveva imposto scelte operative diverse.

 
  Sgomberiamo subito la mente da ogni dubbio: questo ruolo politico prescinde dalla volontà del Capo di Casa Savoia. Il Principe Vittorio Emanuele ha già dichiarato che allo stato attuale non intende averlo. 
  Le iniziative che andremo a intraprendere sono un nostro diritto in quanto cittadini liberi di esprimere opinioni, di aggregarsi in associazioni e, in quanto tali, di partecipare alla vita sociale e politica del Paese.


  La posizione assunta in origine dal MMI traspare dal suo documento programmatico: una collocazione trasversale, ritenendo preminente l’alternativa istituzionale alla posizione di parte, e l’accettazione del confronto da differenti realtà partitiche. Prassi corretta, ma poco efficace per essere politicamente visibili, indipendentemente dal numero di contributi qualificati.
  Così tutte le nostre iniziative, anche quelle di maggiore successo, sono andate disperse senza un ritorno significativo. 


  È giunto il momento di riesaminare quella scelta. I tempi sono favorevoli non tanto per l’alternativa istituzionale – l’articolo 139 della Costituzione ancora non lo consente – ma per riaggregare gli italiani intorno a una proposta sostenibile e attuale.
  Un progetto politico dove il cittadino ritorni a essere il protagonista del buon governo del Paese.
  Non dico che dovremo creare un partito, ma ribadisco la necessità d’individuare nuove forme di partecipazione in grado di assicurare ai monarchici identificazione e visibilità. 


  In assenza di questa svolta potremo continuare a essere solo un serbatoio di voti, utile a ogni chiamata elettorale. E sono certo che pochi di noi hanno interesse a impegnarsi per questa sterile prospettiva.

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  Da qui l’esigenza di momenti di riflessione e di studio, che il MMI propone e farà propri, con la collaborazione di tutti coloro che vorranno partecipare alla costruzione della monarchia del terzo millennio.


  Mi preme richiamare l’attenzione su alcuni obiettivi immediati.
  Per quanto concerne il nostro mondo:

 
(a) la rivalutazione della storia di Casa Savoia e la divulgazione del patrimonio culturale proprio dell’ideale monarchico e della monarchia quale istituto fondante l’unità nazionale;


(b) l’assunzione di un ruolo prettamente politico, volto a lanciare proposte ispirate all’ideale monarchico, con l’intento di contribuire al buon governo del Paese e ripresentare una monarchia democratica e costituzionale.


  Questi, a nostro giudizio, i principali argomenti di confronto: 

 
(1) la ricostruzione dei legami tradizionali tra cittadino e Stato, il riconoscimento delle specificità delle istituzioni e della magistratura e il loro rapportarsi con l’economia e l’informazione. La politica deve ritrovare la fiducia del cittadino, non perseverare nella litigiosità fine a se stessa. Maggioranza e opposizione hanno il dovere di confrontarsi e dialogare sui temi d’interesse collettivo. Non è vero che tutte le responsabilità ricadono su chi governa: in democrazia anche la minoranza concorre alle decisioni;


(2) la salvaguardia dell’unità nazionale nella fratellanza tra italiani, con il superamento di divisioni alimentate al solo scopo di rafforzare l’istituto repubblicano. Gli italiano vogliono conoscere la verità sulla loro storia, riconoscerne gli aspetti positivi e quelli negativi per costruire un futuro veramente comune nell’armonia di un sereno confronto democratico. Ritrovare la solidarietà di popolo, per fronteggiare insieme gli attacchi destabilizzanti del terrorismo internazionale, da qualunque direzione essi provengano;


(3) la revisione della Carta costituzionale. Non condividiamo il metodo adottato finora, che giudichiamo espressione della tutela di poteri forti più che delle reali esigenze del Paese. Le riforme non possono essere il risultato di compromessi strettamente partitici, ma devono coniugare il pensiero e le aspirazioni popolari andando ben oltre la maggioranza di governo, ascoltando anche coloro che non posseggono rappresentanza politica. I ruoli del capo dello Stato e del presidente del Consiglio, le leggi elettorali e le nuove rappresentanze sono temi delicatissimi, e se male sviluppati possono compromettere l’integrità del Paese;


(4) le scelte di politica estera, soprattutto in rapporto a una Europa che deve rispettare le specificità delle nazioni. No alla globalizzazione selvaggia, che annulla le tradizioni, svende le culture in nome del potere economico, aumenta il divario tra i popoli sviluppati e quelli sfruttati per le ricchezze dei loro territori. Sì all’Unione, ma nella condivisione di aspirazioni di pace e benessere diffuse anche al di fuori del Vecchio Continente;


(5) la tutela dell’italianità. Non possiamo accettare che in nome della difesa delle minoranze i nostri connazionali si trovino emarginati in Patria, come accade in Alto Adige. Al tempo stesso, non vogliamo che i nostri usi e costumi più autentici siano sacrificati sull’altare del “buonismo” a vantaggio dell’immigrazione selvaggia. Sia chiaro: non siamo contro gli immigrati. Ben vengano se la loro presenza non mette in crisi le nostre città, le nostre strutture, la nostra sicurezza. Ma aiutiamoli di più nei paesi d’origine, soccorrendo alle esigenze, dividendo ragionevolmente la ricchezza ed esaltando le caratteristiche migliori di differenti civiltà;

 
(6) sul federalismo e la devolution la pressione ci sembra eccessiva e dettata da patti di coalizione più che da emergenze reali. L’integrità nazionale non è in discussione. Bene accette nuove regole che consentano una maggiore governabilità e uno sviluppo più armonico. Ma per cortesia, non costruiamo nuove barriere. Non riusciamo proprio a comprendere passaggi legislativi come quelli che troviamo nel nuovo statuto della Regione del Veneto, dove si fa riferimento a un “popolo veneto”, quasi esistessero profonde differenze storiche tra le nostre genti. Che assurdità trasformare il processo di autonomia regionale in divisione tra “popoli” nella medesima nazione! Quale immensa fandonia!

  L’essere monarchici ci impone anche di esprimere il nostro punto di vista su temi come la giustizia, la famiglia, la scuola, il diritto alla casa e al lavoro, l’ambiente e la salvaguardia del territorio, la valorizzazione della lingua, del patrimonio culturale e la programmazione dei flussi turistici, il controllo dei prezzi e delle filiere commerciali.
 
  Questi sono solo alcuni dei temi d’interesse generale che andremo ad affrontare. Ma i tempi non mi consentono un’analisi più approfondita e devo avviarmi alla conclusione.

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  Non posso fare a meno di avanzare tre richieste sulle quali noi monarchici, tutti indistintamente, siamo concordi. Rinnoviamo l’impegno a sostenerle fino al loro definitivo accoglimento:


(1) la cancellazione integrale delle norme transitorie dalla Costituzione;


(2) la tumulazione solenne al Pantheon delle spoglie di re Vittorio Emanuele III, di re Umberto II e delle regine Elena e Maria José;

 
(3) la modifica dell’articolo 139 della Carta non in nostro favore, ma a garanzia di ogni proposta istituzionale di alternativa democratica, parlamentare e costituzionale.


  Infine, un ricordo e un ringraziamento a tutti coloro che mi hanno preceduto alla guida del Movimento monarchico italiano: Umberto Provana di Collegno, Carlo Galimberti, Giulio Solci Scarpi, Gianni di Santa Severina, Alberto Miele.
  I qui presenti Giulio de Rénoche, Francesco Garofalo Modica, Marco Coscia.
  E con loro, tutti gli amici che in  questi vent’anni hanno tenuto alto il Tricolore con la bianca croce dei Savoia."

Torino 26 settembre 2004

Alberto Claut
Segretario Nazionale MMI

Scritto da Site Administrator, 08-10-2005 10:16
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Ultimo aggiornamento: 08-10-2005 10:16
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